domenica, 26 agosto 2007, ore 05:53

C’era. C’era ed io lo sapevo. E non l’ho visto.

Ed io sapevo che ci sarebbe stato e che il rischio di arrivare così tardi equivaleva quasi alla certezza di non trovarlo più. Ma io non sono andata. Io non l’ho visto. Ma c’era.

Ora darei la vita per averlo visto.

Ed il bello?

È che non è nemmeno vero.

 

P.S. il mio Piiicccììì ha dei problemi. È probabile che fino a che non risolverò questo casini informatici (e sui quali, dunque, sono del tutto ignorante ed impotente…che vergogna!), non sarò molto presente.

…ma poi passa.

lauraholt

mercoledì, 22 agosto 2007, ore 04:25

Albertine è il primo ed unico persongaggio, letterario come cinematografico, che riconduco, fisicamente, a me. Non è bella. Non è buona. E ciò nonostante, per qualcuno (malato) è entrambe le cose, a tratti. Io, esteticamente, sono Albertine :  per quanto la detesti lei ha il mio volto.

lauraholt
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categoria : bah , nota bene, disperati

mercoledì, 22 agosto 2007, ore 04:08

Ok. Ho compiuto ventott’anni.

Non è una tragedia, no? No…

È che tant’è a me gli anni pari sembrano un paletto stracolmo di significati. Per carità, ci pensavo oggi : non c’è nulla di cui oggettivamente io possa lamentarmi (salvo mia madre e me stessa, che poi non sono cose così diverse e che, comunque, riguardano un poco tutti noi). No, io ho degli amici meravigliosi. E questo è già tutto! Poi…sì, manca la discussione, ma gli esami incredibilmente li ho finiti. Fondamentalmente ci sono persone che mi vogliono bene… è l’unica conquista degna di questo nome! Persino Tappalo, questa sera, pur stando evidentemente malissimo –per ragioni sue ma non troppo- ha cercato, e ci ha provato davvero, a far finta di niente…per me!!! Per me!!!...inaamore è rimasta suo malgrado pur di non lasciarmi sola con Toccatiicoglioni. Porchetta e Ciccio sono tornati apposta dal viaggio pur di esserci oggi. Per non parlare di Remington e Splendore, che pur avendo letto hanno capito cosa volevo dire (e che mi hanno regalato un telefono anni trenta…con tanto di base e cornetta a parte…dio, il sogno di una vita!)..e D. … D. che mi ha mandato un messaggio a mezzanotte ed un secondo. C’era persino Cosino (e la rima giuro che è casuale), che proprio mi vuol bene. Zio Bruno mancava e la sua maledizione è stata sufficiente a generare una serie i temporali sufficienti affinché non fossimo a P*****.

Ma c’era Carotina (il cui regalo sfrutterò con estremo piacere………………..un  massaggio integrale……) e Cisco, l’uomo che mi aveva promesso di sposarmi senza che né io né lui ci avessimo creduto per un sol istante, ma il cugino più buono ed affettuoso che avrei mai pensato di incontrare.

I nei bui in tutto ciò?

Ci sono.

Il primo, il più immediato è che domani dovrò ridare il Cane-topo-ragno a mia mamma. Come farò a vivere senza di lei? E lei senza di me? Oh, beh, lei si adatterà, com’è nella sua natura…ma io? Già oggi, quando sono tornata da fare la spesa, sono tornata alla macchina facendole segni da lontano, entusiasta all’idea di ritrovarla in macchina. Solo che l’avevo lasciata a casa. E poi…abbiamo stabilito un codice tutto nostro meraviglioso, da che è adulta. Ieri abbiamo passato il pomeriggio a leggere insieme : io semi sdraiata su una poltrona e lei addosso a me, riversa sulla schiena, come un bimbo. Voglio dire….per quanto tempo mi girerò spaventata in anticipo del suo spavento per ogni rumore che creo con i miei movimenti? Tanto quanto per Albertine? Quello spaccato d vita (nemmeno troppo bella, ma immensa e reale tanto quanto quella che la gente chiama “vera” mi ucciderà. O qualcuno a cui ne ho parlato troppo lo farà al posto suo) che è la Recherche mi condiziona in modo non sano, lo so io per prima.

Il secondo, enorme, buio? È il sogno di mia nonna.

Mio padre vorrebbe vedermi al meglio di me, cosa che non sono… che nemmeno lui, aldilà dei suoi sogni, può ipotizzare. Mia madre non sa neppure che esisto, a dispetto, appunto, dei suoi sogni. Per mio nonno, poi, sono il continuum del fallimento di mio padre : la realizzazione (fallimentare per principio) di ideali che si scostano dalla “carriera” e quindi inutili.

Rimane mia nonna. E il problema che lei mi crea è tanto arduo da realizzare quanto il fatto che, oggettivamente, avrei tutte le carte per porlo in essere:

Mia nonna vorrebbe che io fossi felice. Per quanto mio padre mi ami persino più di lei, lei è l’unica che vorrebbe davvero, dati i caratteri intrinseci alla mia personalità, che fossi felice.

E, anche se lei suo malgrado e con mio immenso dolore non può sapere, ho una casa mia. Presto avrò un lavoro (ufficialmente tale) che mi aiuterà. Avrò una vita VERA.

Sono spaventatissima. Mi sembra evidente.

Ma…. Ora come ora, con vent’ottanni freschi freschi……non ho una casa da cui non posso essere mandata via, non ho un lavoro in cui fare qualcosa, non ho un uomo (e…seppur come un ricordo lontano e splendido, oramai,…non ho D.), non ho un figlio. Non ho neppure un cane. Nulla.

Ho solo le mie parole. E non riesco a far nulla neppure di quelle.

Non è molto, per ventotto anni.

 

lauraholt

lunedì, 20 agosto 2007, ore 02:39

MERDA, SONO STATA BECCATA ;-(

Finalmente, dopo anni ed anni, forse avrò (ed AVRETE) la gioia di vedere Remington che partecipa a questo blog (la frase di prima era evidentemente dovuta e conseguente alla sua incursione quì dopo tanto tempo...che poi fosse l'unico momento sbagliato -per quello che ho scritto e che mai avrei pensato potesse leggere- è tutt'altro discorso...).

C'è un temporale di quelli veri. Ed in più ho il cane-topo-ragno. Il che vuol dire che per una volta nella vita mi sento utile  : ad ogni tuono mi si accolla sempre più addosso, come se io potessi davvero qualcosa contro le sue paure. Contro i rumori, contro il cielo impazzito, contro l'imprevisto. Per lei, se ci sono io, va tutto bene. Dio, che bella sensazione!

lauraholt
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venerdì, 17 agosto 2007, ore 17:58

Paveto, 14 agosto 2007

 

Ho un quadro di due metri per uno e cinquanta, ora, arrotolato nel soggiorno. È bello. È bello. Se uno ne ha voglia, può indagare le varie forme e scorgerne una in particolare nell’angolo basso di destra, una figura di donna, con una piccola luna disegnata sulla spalla. Quella donna sono io e quel quadro è il regalo che mi ha lasciato D., quello che abbiamo iniziato insieme un anno fa.

Ha continuato a dipingerlo, poco a poco, fino ad ora. Ha continuato a dipingerlo fino a che non l’ha considerato finito, per poi poterlo dare a me. In silenzio, per tutto questo tempo, ha aggiunto particolari, ha sfumato colori, ha cancellato forme.

Qualche tempo fa era stato male, aveva avuto una reazione allergica che gli aveva gonfiato tutta la bocca, respirava male, non poteva ingerire niente. Convintissimo di essere prossimo alla morte aveva iniziato a scrivere considerazioni e disposizioni su un quadernetto. Non mi ha voluto dire cosa abbia scritto di me, mi ha svelato solo che voleva che quel quadro fosse mio.

Aveva bisogno di sapere qualcosa di lui accanto a me perché io lo potessi ricordare?

Strano, io avrei desiderato tanto che quel quadro, quella luna rimanesse, evidente, nel suo soggiorno, sopra al tavolo, perché fosse lui a ricordarsi di me.

Si chiude il cerchio, in questo modo?

Quanti significati si possono attribuire ad un oggetto!

Per me quel quadro significa l’entusiasmo che anche D. ha provato per me e l’affetto che persino ora permane. Significa che ad ogni pennellata, consciamente o meno, D. ha pensato a me, mentre la gettava. Significa il mondo immenso che racchiude, quel mondo pieno di rabbia, di amore, di paura e di tenerezza che è D.

Per lui, per lui significa me. Ed il ricordo di lui. Che, nella sua testa, mi rimarrà in questo modo anche quando avrò trovato un compagno, una persona che mi vorrà bene e che potrà, a differenza di lui, costruire qualcosa con me.

Com’è triste, questa storia.

 

 

Questa notte si sta di nuovo bene, di nuovo caldo. Sono sulla terrazza, con le sole candele (mille) e lo schermo ad illuminarmi. Cambia tutto quando fa caldo. Quando si può star fuori senza timore, quando il sottofondo musicale è costituito dal canto dei grilli e non dallo spirare folle di un vento che sembra voler annientare qualunque cosa si ritrovi sul suo cammino. Ora si sta bene, qui. È caldo, ma si sta bene, sì. A furia di ripeterlo smetterò di starci, bene, ma la recita di questa cantilena la devo a mia nonna. Per cui lascio andare la litania. Oh, come si sta bene qui.

Di sopra dormono (o leggono? O giocano ancora con il mio nintendo ds?) mio padre, nella sua stanza. Babbo Natale ed il suo Folletto nella mia. Il cane-topo-ragno è ai miei piedi, beatamente distrutta da questa giornata iperattiva e ipercoccolata.

Abbiamo cenato dalle sei del pomeriggio alle due di notte. Neppure il peggiore dei matrimoni siciliani arriva a tanto. Ma è stato splendido. Parlare pulendo i rami enormi di rosmarino dal profumo così forte da arrivare ad essere pungente, nelle narici ed in bocca, che mi ha regalato la mamma di Serena. Ridere all’insuccesso culinario (secondo da che lo conosco, cioè tanto) di mio padre, che un pochino se la prende davvero, ma con se stesso. Portare fuori il cane-topo-ragno e sapere che c’era qualcuno ad aspettarmi : un papà, un Babbo Natale ed un Folletto. Tirare fuori i quadri di quattro generazioni, esporli come nessun organizzatore iperpagato saprebbe fare sulla terrazza di un paesino sperduto tra le colline liguri, tra le candele, il vino e le torte napoletane che solo il Folletto sa tirare fuori con quel suo sorriso ingenuo.

C’erano i miei quadri, quelle due oscenità (diversissime e dunque difficilmente comparabili, ma che sicuramente raggiungono un livello simile di bruttura pittorica) che ho dipinto qui la settimana scorsa. Deliranti, al di là della loro intrinseca bruttezza, quello che mi viene da dire è : inquietudine.

Allora ho tirato fuori il quadro di D. (e così ho scoperto la dedica che mi ha lasciato sul retro : A Valeria, con tanto affetto, D. . Che per uno che si vanta di non aver mai detto alla propria madre –che amava disperatamente- “ti voglio bene”, è una bella conquista, anche al di là della formula dovuta. …ma poi passa…sì sì…poi…). Quel quadro è bello, non c’è niente da fare. L’ho srotolato sulle sedie di vimini, pareva un muretto del Parque Guell, persino mio padre ha ammesso che, ‘pur considerando la non spiccata originalità’ era ben dipinto. Il commento corale (la mia voce compresa) sull’anima del quadro è stata una cosa così riassumibile : “bello…ma quanti problemi! …e non ne ha risolti neppure la metà!”. (Preciso che mio padre sa poco di D., Babbo Natale e Folletto niente, ma stavo parlando con due psicologi ed uno psichiatra, non si può pretendere troppo…)

Non c’era altro da fare, a quel punto, che prendere i suoi quadri, quelli di mio padre.

Dio, quei quadri sono l’esatta espressione di come mi immagino mio padre ragazzo. Concettuali. Persino i suoi quadri. Un’indagine sull’uomo ed il suo perché, senza giudizio, ma con un fare didascalico esasperante. Solo Godard è riuscito a farlo bene. Tuttavia quei quadri avevano qualcosa da dire! E qualcosa di importante! E neppure erano dipinti male…

Alla fine ho dovuto prendere qualcuno dei quadri di mio nonno, di cui questa casa è invasa. Ce ne

sono davvero molti e molto diversi fra loro. Dalla perfetta (anche se un po’ inquieta) natura morta, al paesaggino frugale dai colori eccessivi. Mio nonno dipingeva bene, anche se non ho mai capito come riuscisse a conciliare questo con tutto il resto –paranoico e controllatissimo- della sua vita. Per mio nonno la vita è un dovere. Come mai si è concesso di dipingere?

Ci sono alcuni dei quadri di mio nonno che fuori escono dalle regole, i quadri con cui da bambina l’ho sempre identificato. Sono ritratti, di uomini, ma prevalentemente di donne. La composizione è quella classica settecentesca, i colori anche. Ma c’è qualcosa di strano in quei visi, in quegli occhi, in quelle sfumature di colore e persino nella curvatura dei loro colli. C’è rabbia, amore sconfinato, tristezza incurabile. C’è quel rimpianto che mio nonno non si è mai concesso di provare. L’ha dipinto.

 

E così ce ne stavamo qui, su questa terrazza, nel buio della campagna, attorniati da quadri che, belli o meno, rappresentavano i caratteri di quattro persone. Ce ne stavamo qui e parlavamo della disperazione, della semplice purezza di un sorriso, di età virtuale e di  bisnonni.

 

Vado a dormire nello splendido angolino che sono riuscita a scovarmi nel soggiorno.  

la processione di ferragosto  

 

 

P*****, 16 agosto 2007 (sì, è evidente : ho ricominciato –ed ormai ahimè quasi terminato- la Recherche, d’altra parte quale luogo migliore della mia Combray per farlo?)

 

Mi sono concessa un altro giorno, uno in più. Un po’ perché poi mio padre la settimana prossima parte e dunque qui insieme difficilmente ci ritroveremo ancora, per quest’anno. Un po’ semplicemente perché a Genova non c’è nulla, nessuno che mi attenda. Nessuno che non possa aspettare domani. Ma soprattutto perché oggi ho avuto, per la prima volta da che sono qua, di nuovo paura, di me e di questo luogo, del suo silenzio. E la voglio guardare in faccia. Certo, molto dipende da piccole ansie che provengono da lontano, cosicché sono ancora più pressanti, dal momento che non le posso controllare, né avere l’illusione di farlo. Qualcosa, poi, dipende dal tempo e dal fatto che in questa casa,  anche all’aperto, si resta comunque in casa : il pergolato ricoperto di actinidia è una vera e propria tettoia e funge un po’ da finestrella asiatica, quella che nasconde le donne, ma permette loro di osservare. Tuttavia, esclude anche il cielo. Potrei andare in giardino, è vero, ma anche tolto il freddo ed il tempo orribile, non so perché no ne ho l’usanza. Era il mio rifugio, da bambina e da ragazzina, passavo parte della mattinata e l’intero pomeriggio, prima a giocare con gli amici al riparo da occhi adulti e poi a leggere, a scrivere, a fantasticare, nel giardino. Sull’amaca, sui gradini, sdraiata sull’erba. Da quando vengo qui da sola (o anche quando c’è papà, come in questi giorni) non ci vado più. Perché è come staccato dal resto della casa, un ampio rettangolo su due livelli sul retro, circondato di siepi. Confina, in alto, con il giardino di vicini non troppo simpatici, ma neppure particolarmente fastidiosi, da un altro lato, lungo, con il campo di un contadino che non ho mai visto, neppure quando passa, per recarvisi, lungo la stradina stretta stretta che costeggia l’ultimo lato. Ed in fondo alle scalette di ardesia che bisogna salire per raggiungerlo, c’è la casa. Ho sempre adorato questa cosa : sul livello più basso del giardino ci si trova di fianco il tetto della casa, collinette di tegole rosse che invitano ad una passeggiata che però, timorosa come sono, non ho mai intrapreso. E comunque anche lì il cielo è un quadrato. Strano, anche le passeggiate (che peraltro conosco tutte  memoria, metro per metro) che da qui si possono prendere hanno la stessa caratteristica : sono nemmeno troppo impervi sentieri che attraversano le colline, tra gli alberi ed i ruscelli. Sono belle passeggiate, ma non lasciano alcuno spazio al cielo. Ci sono però pochi, splendidi punti sui quali il cielo regna e la vallata gli fa da splendida cortigiana. Uno di questi punti si trova sulla strada per venire su in paese, prima che si raggiungano le prime case. Se non ci sono altre macchine, come non ce ne sono quasi mai, mi fermo sempre un attimo lì e respiro. Un altro è lungo il passeggio che faccio fare, apposta, alla Joice, una stradina che porta alla piazza e che ad un certo punto lascia uno spiraglio tra i meli che la costeggiano e che mostra allora C******** e le coste dietro a lei, nonché i campi coltivati subito sotto. C’è la passeggiata che parte dalla chiesa, ma se piove è solo fango e comunque non posso farla, finchè ho il cane-topo-ragno, che è più pigro persino di me.

Comunque, mi sono concessa un giorno in più.

lauraholt
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venerdì, 10 agosto 2007, ore 19:34

Dicevo, una settimana fa : non mi viene data la possibilità di andare avanti.

Questa mattina vengo svegliata da un messaggio : "Da Bruno ho lasciato una cosa per il tuo compleanno. D."

Ecco. E' meraviglioso non avere neppure il tempo di svegliarsi ed iniziare a piangere come una demente.

lauraholt
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venerdì, 10 agosto 2007, ore 05:28

DELIRII SCOMPOSTI ED INCOMPIUTI CAMPAGNOLI; DI PASSAGGIO...

Paveto, 31 luglio 2007

 

In questo momento sono euforica. Sento il rumore assordante del vento sulle campagne e rido.

Questo è il quarto anno in cui vengo qui da sola. Per la prima volta sento che qualcosa è cambiato. Non parlo delle piccole (o grandi) contingenze : io sono cambiata.

 

Riporto la mente alla prima estate, alla mia prima fuga solitaria quassù. Avevo bisogno d’aria, un estremo bisogno d’aria. Non era stato un brutto periodo : stavo molto male e venire qui ad ascoltare radio 3, a leggere i giornali e a drogarmi di fisica quantistica (riduzioni per imbecilli, ovviamente), mi aveva dato il tempo ed il modo per soffrire, per piangere e poi tirare un lungo sospiro subito dopo. Ma la casa ancora non era nemmeno un poco mia. Stavo attenta ad ogni cosa, sicura di sentire i rimproveri di mio nonno o le lamentele di mia nonna dietro di me. Sì, era ancora completamente casa loro, questa. Ed io mi sentivo vincolata, non solo banalmente nella disposizione dei mobili, che mettevo in modo identico a quello in cui li avevo visti per tanti anni, quasi non esistesse una diversa possibilità, ma pure nelle espressioni e nello stile di vita, nei ritmi, nei silenzi. Tuttavia è stata una prima conoscenza di questa casa, di questa nuovissima esperienza improvvisata, molto utile. Sia per me in quel periodo, sia per me ora, che grazie a quel piccolo colpo di testa ho una casa in campagna.

In quell’anno è venuto per la prima volta Ciccio. Non l’aveva mai fatto. Proprio sapendo a quanto tenessi ad una sua visita qui a Paveto, si era sempre rifiutato di venirci. Quell’anno, una mattina alle quattro, mi suona il telefono : “Sono vicino a Paveto, qual è il nome della via in cui stai?”. Ricordo che abbiamo fatto l’alba, con focaccia e vino bianco, qui, sulla terrazza. Poi siamo andati a dormire, abbracciati stretti stretti. Non abbiamo fatto l’amore, no. Ci siamo solo tenuti avvinghiati l’uno all’altra, per quel che restava della notte e per buona parte del giorno successivo. Poi è scomparso così come era venuto, lasciandomi ancora più forte e sorridente.

 

Poi due anni fa. Due anni fa è stato meraviglioso. Stavo piuttosto bene, di mio, e qui in particolare. Meditavo, leggevo, guardavo di fila i tre Padrino, mi ubriacavo allegramente con Carletto che passava di qui, dalla piazza, prima di tornare a casa a dormire.

Solo qualche giorno prima del mio compleanno ho avuto qualche momento di panico. Ventisei, sì, compivo ventisei anni e ne avevo una vaga paura. Puntavo tutto sul fatto che Cucciolona e Tappolo sarebbero venute a trovarmi. In fondo avevamo passato un anno di grande crescita nel nostro rapporto, forse anzi era il primo anno in cui avrei iniziato a chiamarle mie amiche. Invece non sono venute. Come quando sono malata, all’avvicinarsi della data del mio compleanno mi sento fragile e molto vulnerabile : ogni piccola cosa può ferirmi in modo gravissimo.  Quella

piccola cosa era stata il loro rifiuto di venire qui. Il giorno prima del mio compleanno erano venuti a trovarmi Remington e Murphy, appositamente per farmi gli auguri, siccome poi sarebbero voluti andare a fare una piccola gita fuori Genova. Abbiamo cenato per circa dodici ore. Non saprei neppure dire cosa avessimo fatto per tutto quel tempo, ma tra risate, giochi, scherzi, fotografie, filmati, vino, ed ancora giochi, eravamo andati a dormire tardissimo, o prestissimo, a discrezione del lettore. La mattina dopo siamo andati a comprare il giornale tutti insieme. Murphy guidava la mia macchina, nel sedile accanto a lui Remington, io dietro. Sapevano quanto ero rimasta male dal pacco tirato dalle altre due e che sarei rimasta sola e che io al compleanno, sola, non ci so mica stare. Nessuno ne ha fatto il minimo cenno. Semplicemente, mentre scendevamo la collina, Murphy se ne esce con un : “Sai, Remy, stavo pensando…qui non si sta mica così male…e poi è brutto tempo, dove volevamo andare noi non è bello, così…potremmo anche restare qui…”. E Remington : “Mah, sì, perché no, in fondo…Vale, possiamo rimanere ancora un giorno?”.  Non so come io sia riuscita a trattenere le lacrime.

Di conseguenza abbiamo passato tre giorni perfetti. Del tutto perfetti.

I nostri ritmi individuali non si scontravano mai, ma anzi si amalgamavano e si accrescevano reciprocamente come mai mi è capitato (e forse mai più mi capiterà) nella vita.

Tornati a casa ci siamo divisi Repubblica, Topolino e la settimana enigmistica, abbiamo messo radio 3 in sottofondo ed abbiamo passato il pomeriggio così, a leggere. Ogni tanto qualcuno chiedeva “quindici verticale, di otto lettere…” e qualcun altro rispondeva, o forse no, non era molto importante. Eravamo soli, in tre. Abbiamo preparato le melanzane da cucinare più tardi, abbiamo fatto una passeggiata, abbiamo cenato e riso e giocato e fotografato e così via. Per un altro giorno e mezzo.

Nel frattempo, o prima o dopo quei tre giorni o probabilmente sia prima che dopo, è tornato a trovarmi Ciccio.

E quella volta, sì, l’amore l’abbiamo fatto e pure bene. Conoscersi così a fondo e volersi così bene è un gran vantaggio per fare l’amore. Soprattutto se c’è di mezzo un’inspiegabile e fortissima attrazione fisica come quella che ha sempre legato me e Ciccio. Tra me e lui c’è una conoscenza profonda, che non abbisogna di parole, concetti o ideali. Per questo non potremmo mai vivere felicemente insieme per sempre, tuttavia proprio per questo possiamo passare delle ore e dei giorni meravigliosi, insieme.

 

Infine l’anno scorso. Non so quale stralcio di istinto di sopravvivenza mi stia trattenendo dall’andare a leggere gli scritti di un anno fa. L’anno scorso era l’anno di D. . Ogni tanto, che ci si creda o no, sento ancora il suo odore, in qualche vasetto di colore, in un angolo dello sgabuzzino, nella piega delle lenzuola.

Ricordo solo due giorni buoni dell’anno scorso in questo posto. Il primo, di esaltazione ed ambientazione. E quello dopo che D. è venuto a cena. Quello dopo l’amore, l’amore vero (il mio amore vero, ovviamente), l’amore che appaga del tutto e poi ti lascia la mancanza dell’altro come un buco nello stomaco, colmato però sul momento dalla consapevolezza dello splendore che c’è stato e dall’immagine tanto bella di te, che ti rimanda lo specchio nel bagno. E dal gioco di luce che l’orologio perfetto regalato dall’uomo perfetto fa sul tuo polso sinistro. Dalla coscienza che, seppur solo forse in quei momenti ed in pochi altri, anche lui mi amava come un ragazzino.

 

Ora sono di nuovo qui. Se non fosse per i sogni starei davvero bene. Adoro le foglie, i fiori, la vecchietta del giardino di sotto che parla con quelli che passano. Il cane meraviglioso di Serena di appena settanta giorni che cerca di farsi i denti sulla mia mano. I pomodori dell’orto. Le persone che mi salutano. I grilli che cantano incessantemente, notte e giorno.

Qualcosa è cambiato. Non mi sento in prigione. L’idea del movimento (tra Genova e qui e viceversa) non mi sembra una grave incombenza.

Credo che la differenza stia nel fatto che ci sono io, presente per la prima volta nella mia vita. Che io sia là o qua poco importa. Magari piace di più o di meno, magari aiuta o meno. Ma io ci sono comunque.

Non ho alcuna paura di perdermi.

Ecco, questo è cambiato.

Non mi sembra poco.

No, non è poco affatto.

 

 

 

Paveto, 6 agosto 2007

 

Antonino Lo Bue in Concerto, questa sera a La Gate’s. Canta “Anna amore mio tesoro, Anna” alle ore 21 intorno alla piscina.

 

Mia madre si affaccia al terrazzo, per accendere qualche candela di quelle che dovrebbero scoraggiare gli animaletti estivi faulckhneriani. Mia madre è invecchiata tutto d’un colpo. Da una donna splendida ed affascinante, ben consapevole della sua seduttività, in un anno, è diventata vecchia. E la sua rabbia tende persino a soffocare il fascino, che permane, seppur solo in alcuni aspetti. Mia madre è stata per la ventiduesima volta in dieci giorni dal parrucchiere. Questa volta è andata al negozio di Rapallo, per rimediare a quello di Alassio, da cui era stata in conseguenza della tragedia provocata dal pomeriggio passato dal parrucchiere di via Assarotti : ora si è fatta fare rossa. Capelli rossi, corti e stopposi. Quello che nessuno al mondo potrebbe portare con alcuna dignità, insomma. Mia madre ha poi trovato nell’armadio un vestito che le aveva fatto comprare l’anno scorso una sua amica e che fino ad oggi aveva recisamente rifiutato di indossare.  Mia madre, dunque, con i capelli corti di paglietta rossa, vecchia come non aveva mai preso in considerazione che sarebbe mai potuta essere (quelle cose lì accadono agli altri, non a noi), in una veste enorme, di cotone sgualcito verde pisello, mia madre esce sul terrazzo per accendere qualche candela. Dal giardino comune alle cinque palazzette del complesso in cui sta, intorno alla piscina, trenta paia di occhi si alzano su di lei.

 

Antonino Lo Bue continua a cantare, nel suo smoking bianco, una canzone degli anni cinquanta.

 

Mia madre rientra in casa ridendo. Un po’ ridendo e un po’ arrabbiata, come è ormai sempre.

 

Io accendo il computer e penso a quanto mi perdo di mia madre, odiandola così. Ma anche a come questa sia l’unica possibile mia reazione. Non ho colpa. E neppure ne ha lei. È con la sua rabbia, che io ce l’ho e che ce l’ha anche lei.

 

 

 

Ieri, mentre in cucina tagliavo a fette così sottili che non credevo fosse possibile fare, le zucchine che avrei mangiato per cena, mi sono balzati addosso due ricordi.

Il primo si è affacciato subito dopo aver preso il sacchetto della spesa con dentro le zucchine, lasciato sulla panca bianca, di legno, che c’è fuori dalla porta, davanti al cancello. Mi sono chinata sul sacchetto e nel farlo ho notato una luce che mi appariva stranamente fuori luogo, per quell’ora, per il punto in cui stavo. Ho guardato al cancello e mi sono accorta (sapere, sapere lo sapevo già, ho capito) che i tre cespugli di rosa sono diventati uno solo, che è scomparso pure l’alberello di cui facevo strage quand’ero bambina (mio padre mi diceva : “strappare una foglia ad un albero è come se qualcuno strappasse un capello a te, lo vorresti?’. Io allora, ad ogni foglia che tiravo via, estraevo contemporaneamente con orgoglio e foga, un capello dalla mia cute), ma soprattutto non c’è più l’enorme cespuglio di lavanda che stava all’angolo con la terrazza.

Sono rientrata in casa, ho lavato le zucchine, ho preso il tagliere ed il coltello. Mentre tagliavo la mia mente rivedeva quel cespuglio, quello di lavanda e nel ricordarlo ho rivisto anche mia nonna, ancora giovane, ancora bella e vogliosa di divertirsi, anche se già allora il sapore amaro della lamentela l’aveva presa nella rete ed a nessun piccolo dolore avrebbe rinunciato, neppure contro una bella risata, che comunque non si negava e come d’altra parte non fa ora, vent’anni più tardi. Ho rivisto mia nonna sulla chaise longe di legno chiaro, che ride, fa una faccia buffa e finge di svenire. E qualcuno (o forse lei stessa) che mi dice : “E’ svenuta! Presto, prendi la lavanda per aiutarla!”. Ed io correvo all’angolo, sgranellavo qualche fiore e con il mio tesoro raggiungevo la nonna, le mettevo la mano sotto il naso ed aspettavo. Alle volte, nonostante la scena si ripetesse più volte al giorno, mi spaventavo vedendo che non apriva gli occhi ‘e se non fosse uno scherzo? Oddio, se sta male davvero che faccio?’. Ma poi la bocca della nonna inarcava gli angoli, apparivano le sue fossette e gli occhi si aprivano ringraziandomi di averla salvata.

 

 

Ho visto Serena. Coglieva dei pomodori nel campo. Ieri osservavo una foto che ci ritrae insieme quindici anni fa. Io ero molto più ingenua. A parte questo non è poi cambiato molto.

È bello vedere Serena. Forse il nome le ha portato bene, educandola piano piano in quella direzione, o forse i suoi, alla nascita, hanno visto il suo sorriso completamente divertito e le hanno scelto il nome di proposito.

 

Ho fatto il quadro più kitsch della storia dei quadri kitsch. Potrebbe essere benissimo una illustrazione bruttina per un quaderno di prima elementare da supermercato. Domani provo a dipingerci sopra. Vedremo.

 

Paveto, 7 agosto 2007

 

Piove.

Remington e Splendore, il suo nuovo fidanzato, verranno a cena qui.

Murphy verrà invece sabato.

 

Da domani si inizia a leggere per bene il libro della tesi.

 

Vado a fare il sugo.  

 

 

Remington è di sopra, nella mia camera, la stessa che per tre anni ha occupato con Murphy, in compagnia di Splendore. La finestra è aperta, probabilmente sente persino il rumore dei tasti che pigio mollemente in questo momento.

Remington si sente a disagio con Splendore in pubblico. Sono certa che nel privato sia di lui entusiasta, tanto perlomeno da far sì che riesca a mentirsi molto bene e a fingere che vada tutto bene. Davanti agli altri, davanti a me, non ne è capace. Non può fingere davanti ad uno specchio.

Intendiamoci, Splendore è... splendido! È bello, molto bello, ha un’aria buona e gentile, attenta e delicata. Di lui mi sono innamorata perdutamente la prima volta in cui l’hi visto, prima di capire che era venuto accompagnato a Remington.

Ma Murphy…Murphy era un’altra cosa. L’atmosfera non è minimamente simile a quella NATURALE che pervadeva le mie serate con lui, con lui e Remington. Non è spiacevole Splendore, tutt’altro. Ma non è ovvio che ci sia. Crea imbarazzi, seppur lievi, e piccoli ostacoli allo svolgersi naturale delle cose. Ciò che al contrario Murphy alimentava.

Remington lo sa tutto questo. È evidente a lui per primo. L’assenza di Murphy ed ancor più l’assenza di lui e Murphy insieme è palese, quasi la si può toccare.

 

Ed allora mi chiedo…cosa è giusto?

Splendore è il compagno perfetto. È buono, onesto, bello ed è chiaramente innamorato di Remington.

Murphy non è bello, forse a conoscerlo bene si arriva a trovarlo affascinante, ma di certo non lo si può definire bello. Non è neppure particolarmente buono. Né si è dimostrato, ai fatti, del tutto onesto. Per finire, ha fatto molto male a Remington.

Di Splendore ci si può fidare, è evidente. Salvo sfortune o eventi esterni alla sua volontà diretta, lui non sceglierebbe mai coscientemente di fare del male a nessuno, neppure per paura, rabbia, insicurezza represse.

Murphy sì, come me, come Remington, come D. .

 

Remington è ancora, superlativamente, innamorato di Murphy. Per quanto se lo voglia negare neppure nelle sue scatole chiuse e blindate da mille muri di gomma riesce a sottrarsi a questa evidenza.

 

(Piove. Ma non fa freddo. E sotto al pergolato si può ancora stare tranquillamente).

 

 

Ora, è giusto? È giusto che non si neghi le gioie che Splendore gli può dare? Anche se è consapevole di non potersi donare a lui del tutto, perché l’ha già fatto una volta e ne è morto, perché ancora una parte di lui è di Murphy e non più sua, tanto meno lo può essere di Splendore?

Forse sì, come ho sempre creduto : ogni modo di esorcizzare il dolore che uno trova è valido, fino a che non fa male a nessuno. È che secondo me a lungo andare questo farà male a qualcuno. A Splendore, se è anche solo un poco meno scaltro di quanto non sembri e a Remington, che scaltro non lo è nemmeno un po’. E pure a me. Che non riesco a concepire il fatto che due persone si trovino del tutto combacianti e si perdano per la via. Remington e Murphy sono fatti per stare insieme. E lo sanno entrambi. Ma insieme, nonostante questo, non lo torneranno mai.

Questo lo capisco. Troppo male è capitato lungo la loro strada comune, non è facile dimenticarlo, ma soprattutto è impossibile perdonarlo.

Ma allora…siccome un’intesa così perfetta la trova una persona su mille e loro l’hanno trovata e poi rovinata…è corretto accontentarsi del “carino” che viene dopo? Ci si può accontentare davvero? O si rimarrà per sempre con la consapevolezza di una parte mancante di noi, parte che ormai è dell’altro. Ci si può rinunciare definitivamente, a quella parte, e sopravvivere con il resto?

 

Adesso però vado a godermi il temporale da sotto le coperte.

lauraholt

domenica, 05 agosto 2007, ore 05:49

Domani ci vado per davvero, in campagna.

E questa volta, per davvero, non ho paura. La paura scaturirebbe, semmai, dal restare quì.

lauraholt

sabato, 04 agosto 2007, ore 06:02

Non sto male. Sto malissimo. Il problema è che vorrei stare peggio. Ossia, vorrei stare davvero male, senza ombra di serenità, senza recupero, senza scuse, senza sorrisi amari né difese. Io voglio finalmente disperarmi. Voglio le lacrime, quelle abbondanti, quelle da cui nemmeno il più potente degli inconsci può trovare riparo.

Questa sera stavo per arrivarci.  Stavo per. Ma…la mia vita va avanti senza che io ne possa nulla e il casus belli si è inoltre rivelato una bufala. Uno scherzetto. Tanto per assaporare la disperazione senza poterne neppure godere (se di godere e non di mera sopravvivenza si può parlare).

So che così non posso andare avanti. Così non va. Così no. No, non così.

Una volta, sette anni fa, ho provato una sensazione simile e già allora mi dicevo : “qualunque cosa, ma non voglio mai più stare in questo modo. Mai più così”. Mi sembrava di impazzire, non potevo né riuscivo a capire. Non c’era nulla di razionale a cui appigliarmi. Era Ale (Ciccio, sempre lui), allora, il mio co-protagonista. Sbattevo la testa contro il muro di assurdo che ci eravamo creati attorno senza riuscire più ad uscirne. Ma eravamo giovani, impetuosi, ingenui e tanto passionali. Io volevo un perché, un perché che non c’era. 

Ora c’è un perché. Un motivo evidente e tanto comprensibile che però non arriva a giustificare nulla.

L’unica mia via d’uscita è che lui sparisca dalla mia vita. Anche se al solo pensiero mi sento mancare, so che è l’unica possibilità che ho. Ma che allo stesso tempo non mi viene data.

C’è un modo. Io lo so. Parlare. Parlargli. Indipendentemente dall’effetto (su di lui e su di me) che potrebbe avere, è solo il parlargli che mi può fermare. Arrestare quest’ansia, questo continuo stravolgimento di tutto ciò che mi compone. Dare una forma a tutto ciò. Parole. Paletti, che una volta posti sarebbero scevri da qualunque tipo di interpretazione. Punti. Quel che potrebbe accadere dopo francamente mi importa poco. Io ho il bisogno assoluto di finire questo, questo che c’è ora. Questo che non so più reggere.

Manca il coraggio. A me quello di parlare, a lui quello di starmi a sentire.

lauraholt

giovedì, 02 agosto 2007, ore 20:37

La mia atavica, famosa e fottuta paura di sbagliare mi ha fatto sbagliare una volta di più. 

Oggi avevo l'esame della patente della vespa. Intendiamoci : è da quando ho 15 anni che vado in vespa, sono 12 anni! Solo che a 'sto giro mi è preso il ghiribizzo del 150 e per guidare quello devo avere la patente A. E glissiamo sul fatto che per fare l'esame ho dovuto affittare una roba bruttissima ed instabile, un catorcio insomma, ma che però (pur essendo un 125), a differenza della mia vespa, fa da libretto i 100 Km/h (la mia i 98!)...e glissiamo sul fatto che se mai dovesse fare una revisione quel coso lì mai e poi mai la passerebbe, ma essendo dello Stato non c'è bisogno che i freni frenino, che il cambio non si inceppi, che lo specchietto di destra sia stato perduto nel fumo degli anni e che quello di sinistra sia spaccato e dondolante. Sì, glissiamo, perchè, appunto, io guido da 15 anni e dopo i primi due minuti non ho avuto problemi a guidare lo schifosissimo cosetto.

Dunque, venendo al sodo. L'appello (si dirà così anche per gli esami della patente?) era alle 14. Ho aspettato fino alle 18. Sotto il sole e trentacinque gradi, ovviamente. Poi ho fatto la frenata entro i porci birilli, il tunnel sempre nei birilli, l'otto, ripetuto alla perfezione più e più volte, lo slalom. Tutto ok, nonostante la frizione ed i freni del robo.

Si passa alla prova su strada. Io ero l'ultima. L'esaminatore fa una strage. Credo che su dieci che eravamo solo uno -quello simpatico prima di me-  abbia passato l'esame. Nella mia testa pensavo a tutto ciò che non si deve fare e a tutto ciò che invece si deve fare. Tutte quele cose, insomma, che chiunque guidi normalmente fa sempre o sempre omette (esaminatore compreso, ne sono certa!). Mi dicono "vai e cerca di essere il più timorosa possibile". Ok.   Mi metto l'idiota cuffietta per sentire i comandi che dalla macchina dietro mi lancia l'esaminatore e parto. Tutto bene, fino a che non finiamo in una strada abbandonata e come si dice a Genova a cà de bagasce che non conosco. Dalla radiolina sento : "Appena possibile faccia inversione di marcia". Guardo l'asfalto : nessun tipo di riga per terra. Umh. Che voglia fregarmi? Penso. Così vado avanti, continuando a fissare le strisce inesistenti che dovrebbero stare in mezzo alle corsie. Chiunque altro avrebbe fatto inversione senza preoccuparsi. Io volevo essere ligia ed avevo paura di sbagliare. Continuo ad andare fino a che non sento "BASTA, giri quì" (dove assolutamente non si poteva, peraltro).

Quando scendo dalla vespa lo stronzo frustrato imbecille del cavolo mi dice : "Signorina, non le posso dare la patente perchè non ha fatto inversione quando gliel'ho detto."  A quel punto mi arrabbio persino io. "Mi scusi ma c'è gente che va in giro tranquillamente e che guida di molto peggio di me". Lui : "Mi sta dicendo che diamo la patente a gente meno in gamba di lei?". Io : "Assolutamente sì."   Ribatte, la merdina che non scopa evidentemente da una vita : "Sa, ha ragione, ma io devo guardare le infrazioni che uno fa". Appunto : "Io non ne ho fatte!!! Pur di non farne, anzi, mi sono fregata l'esame, per cui smetta di giustificarsi e ci vediamo al prossimo bollettino da pagare in motorizzazione".

E sono imbufalita. Davvero. Non solo per questo stupido esserino (che perlatro è lo spauracchio di tutti gli aspiranti patentati di Genova e che è lo stesso che alla prima mi ha dato la patente della macchina milioni di anni fa), ma per me. Io avrei dovuto giocarmela e girare. Porca vacca. Basta con questa paura cretina. Basta con l'incubo del 'e se sbaglio?'. Pensavo di aver imparato qualcosa dagli ultimi esami all'università...evidentemente non è così.

lauraholt